martedì 31 agosto 2010

Una terra tra musica e magia

La Spagna, la terra tra musica e magia, ci sta ospitando in un tour bellissimo, gli spagnoli sono dolci, simpatici e disponibili.
Sembrano contenti quando tenti di parlare la loro lingua, ti aiutano e capiscono quanto non sia facile.
Da Barcelona ad Alicante, dove siamo ora, sembra di viaggiare sulle note di Bebe, musica flamencata, intrisa di dolci note fatte di chitarre classiche e acustiche, con la sonorità della loro lingua.
Sei attratto, avvinghiato in questa eterna fiesta, non puoi fare a meno di sorridere, di rivolgere un sorriso gentile ad ognuno di loro.
Dopo aver attraccato con il traghetto al porto di Barcelona, ci siamo diretti verso Valencia.
Sperando di trovare una città altrettanto bella, altrettanto artistica, siamo rimasti un po’ delusi nel vedere la pochissima storia artistica, ormai coperta in gran parte da palazzi altissimi, strutture iper tecnologiche, e poco viva. In effetti al contrario di Barcelona, dove ogni angolo della città pulsa di vita, Valencia, è più elegante, più snob, più gran signora.
Sono rimasta estasiata dalla distesa di sabbia immensa che è la spiaggia, lunga e larga. Spiaggia meravigliosamente libera, tenuta ad arte, con servizi di ogni tipo anche se non vi sono lidi. Pensavo, mentre sdraiata al sole mi godevo, il suono musicale di questa lingua, l’odore penetrante di salsedine, e il rumore scrosciante della risacca, che se vi fosse una spiaggia simile in Italia, sarebbe presa d’assalto dai tanti gestori di lidi, soprattutto, a ridosso del porto sarebbe una cosa inutilizzabile.
Le abitazioni davanti alla spiaggia, sono tutte casette in stile coloniale, a pochi metri da loro, l’ospedale, e davanti un intera striscia di cemento, strutturata per camminare, godersi il fresco, cenare nei ristoranti, passeggiare con il cane e far giocare i bambini.
Tutti attentamente supervisionati dalla polizia locale, che è attenta soprattutto a prevenire la criminalità.
Mio marito, mi diceva che prima dell’ America’s Cup, Valencia era una città pericolosa, le case situate davanti alla spiaggia erano per la maggior parte case diroccate e intrise di malavita, a vederla ora non si direbbe abbia avuto un passato simile.
Va ricordato che comunque nonostante quel che si dice, la Spagna, è di recente una monarchia democratica, fino al 33 anni fa, vigeva un regime, che definire fascista è poco, pochi ricordano il regime franchista e i danni ad esso connesso, pochi ricordano quanti, in quegli anni sono fuggiti da questo paese, perché altrimenti arrestati come oppositori e passando davanti ad alcuni penitenziari, non mi sorprende che quelli incarcerati siano morti.
Questa nazione, ha tanto da offrire, sta faticosamente superando una crisi, che ha messo in ginocchio quasi tutto il mondo, puntando sull’unico mezzo che non subisce crisi, il turismo.
L’ottimismo di questo popolo fa riflettere, loro nonostante il dramma vissuto fino a pochi anni fa, nonostante, alcune città siano ancora sotto attentati dai separatisti baschi, hanno voglia di costruire, di investire, di arricchirsi, noi cosa facciamo, li guardiamo invidiandoli ma piangendoci addosso per la crisi.

Il nostro tour in Spagna prosegue verso sud, lasciata Valencia, arriviamo in un paesino 40 km a nord di Alicante.
Un paesino bellissimo, Sella Villa Jojiosa, arroccato su un costone della montagna, da ogni punto si gode una vista bellissima sulle montagne e in lontananza sul mare. I colori sono tipici della macchia mediterranea, i sapori e i colori sono spagnoli, si resta affascinati da questo paesello, che tra scale, viuzze strette e una piazza centrale, offre ogni genere di servizio ai suoi seicento abitanti.
Le case, tutte bianche, tutte villette coloniali, tutte unite fanno pensare ad un paese di amici, di parenti, di persone che vivono insieme e insieme condividono l’essere lontani dalla grande città.
Dalla terrazza del nostro bed &breakfast arrivano le noti del concerto che si terrà in piazza stasera. Il vento porta i profumi di timo, di menta, di pino marittimo, arrivano anche gli odori del mare, che da lontano fa vedere la sua macchia azzurra.
Le colline circostanti, sono verdi a chiazze in alcuni punti si vede la terra riarsa dal sole, alle spalle le montagne scure di granito e argilla offrono un contrasto netto e piacevole, se ne seguono i contorni con gli occhi e si ha difficoltà a restare impassibili davanti a tale bellezza.
Il sole che sta tramontando, accende di rosso e oro questi posti, il cielo azzurro intenso, si fa chiaro guardando verso est e più intenso verso ovest, le nuvole, piccole e soffici, solcano questo spazio, sono lievi e bianche, non portano pioggia, solo fanno parte di questo paesaggio.
Domani ce ne andremo, ci dirigeremo ancora più a sud, verso Malaga e l’Andalucia, non prima di essere andati alla fonte major per un bagno in una vasca naturale di acqua di fonte.
Sarà ghiacciata sicuramente, ma sarà bellissimo…

Nada, non siamo riusciti ad andare alla fonte Major, i proprietari del Bed & Breakfast, ci hanno salutato quasi a mezzo giorno, la loro compagnia era piacevole al punto da voler rinunciare a qualunque gita, ci siamo, quindi, messi in viaggio per raggiungere Mijias, 35 km a sud –est di Malaga, sulle colline.
Questo paesino è spettacolare, ben servito, con degli scorci panoramici sulla costa da lasciare senza fiato.
Passeremo qui 5 giorni, trastullandoci in spiaggia, godendoci il sole, il mare e i profumi e i suoni di questa terra magica.
Tra le vie, nere d’asfalto, il contrasto con il bianco delle case è armonico. Attraversando queste vie alle cinque del pomeriggio, ci si rende conto della calma, della tranquillità.
A quest’ora vige la siesta, i negozi di souvenir sono ancora chiusi, qua e là qualcuno apre i battenti, ma la maggior parte si godono il silenzio e il riposo.
Attraverso le strade, mi fermo in qualche punto a fare foto, il battito ritmico degli zoccoli dei cavalli, con i loro campanellini, portano in giro sulle carrozze i turisti, accompagnati dagli asinelli, sono uno spettacolo di semplicità e colore.
L’asino infatti è l’animale simbolo di Mijas, sono dolci e docili, si lasciano accarezzare, frugando con il muso la mia mano in cerca di cibarie o goloserie.
Durante questi giorni, decidiamo di visitare Malaga.
Arriviamo il giorno della festa dell’Andalucia, accanto a noi, carrozze e cavalieri, abbigliati con i costumi dell’epoca, è una città in festa.
Anche i bambini e le bambine sono abbigliati così, con fiori nei capelli, sorrisi allegri per la giornata, iniziata con qualche nube di pioggia, si è poi aperta in un caldo e splendido sole, che dall’alto fa capolino, salutando la bellezza e l’allegria.
Seguiamo estasiati questa festa, una processione di carrozze, cavalli, cavalieri e dame, sembrava di essere all’interno di un set cinematografico, magari zorro.
Quando la processione lascia il municipio, ci dirigiamo verso l’Alcazàr, la rocca. Un insieme di architettura romana e araba, armonica e semplice, con vista sulla città da lasciare senza fiato.
La rocca domina Malaga, dalle sue torri la vista spazia sulla Plaça de Toros, fino al porto.
Si esce dalla rocca, seguendo viali e piccoli giardini, il tutto camminando a piedi, si arriva nel centro storico, ancora la processione della festa. Su una carrozza, scorgiamo il governatore dell’Andalucia il sindaco di Malaga, salutati da un gruppo di signore over 50, vestite di verde, con sorrisi così dolci e coinvolgenti, che gli dedico un servizio fotografico.
Ad un tratto, mi ritrovo accanto a loro, abbracciata e coinvolta nel loro canto, sorridendo.
In questa terra è spontaneo sorridere e fare amicizia, è come respirare aria pura, è così semplice essere parte di questo popolo, che non ti accorgi dell’unica differenza, la lingua.
La giornata di visita a Malaga termina, nel cuore mi porto la soddisfazione di aver visto una città di cui non si può fare a meno, in mano ho un cappello di paglia, regalatomi da delle ragazze all’ingresso del municipio, due ventagli e l’opuscolo dell’Alcàzar.
Unico neo della giornata, la spiaggia di Malaga, un po’ sporca e poco curata.
I nostri giorni a Mijas, in Costa del Sol, terminano, altra tappa del viaggio, Gibilterra e poi Siviglia.
Trovarsi a Gibilterra, sulla linea di confine, tra i due mari, l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo, essere come Colombo in quel momento, tra i due mondi.
I profumi sono diversi, i suoni anche, è giorno di riposo è festa Nazionale, tutti i negozi sono chiusi o quasi, la calma palpabile di questa città, che fa solo da anello di giunzione tra Africa ed Europa.
Le macchine, che vanno all’imbarco per Tangeri, creano una coda ordinata di circa due chilometri, noi attraversiamo e ci dirigiamo verso la piccola spiaggia a ridosso del porto. La sabbia fine sembra borotalco, l’acqua cristallina è gelida sui miei piedi, dietro di me la Rocca di Gibilterra e il territorio inglese.
Verso le due del pomeriggio ripartiamo in direzione Siviglia.
Attraversare la Spagna in macchina, come abbiamo fatto noi è un’esperienza unica.
Tra tratti di strada asfaltati e tratti fatti solo con cemento, ci sono vaste pianure, lo sguardo si perde in spazi disseminati. Sulle piccole colline svettano le torri dell’energia eolica, mi viene in mente Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento. A varie distanze, su varie alture spicca, enorme e nero, il toro, animale simbolo della Nazione.
Rappresentazioni, pannelli che da lontano sembravano veri tori, in attesa di partire alla carica.
Attraversare la Spagna, solcando le sue strade è come passare per una terra fatta di musica e magia, a momenti si pensa possa spuntare qualche creatura magica, che danzando ti possa accompagnare in un sogno d’estasi.
Arriviamo a Siviglia, il cielo promette pioggia, non è afoso ma fa caldo.
Girando come naufraghi in mezzo al mare, nel labirinto di stradine del centro storico, cerchiamo il nostro albergo, un piccolo ostello, accogliente e ben organizzato, certo non troviamo la simpatia degli altri posti ma non tutti al mondo possono essere simpatici.
Decidiamo di fare un giro, visitare un po’ la città, ma aleggia un senso di malessere.
Tra tutte le città che abbiamo visitato, Siviglia è la meno sicura, la meno pulita e purtroppo anche la più cara. La si visita in un giorno, per cui dedicarle di più non ha molto senso.
I musei che ci tenevamo a vedere, quello del Flamenco e quello Navale della Torre dell’Oro, erano chiusi, così anche l’antica Sinagoga e la Plaça de Toros.
Gli unici aperti erano la cattedrale e l’Alçazar.
Notevolmente grande la cattedrale, ma cupa e triste, non c’era spazio alla luce, sembrava di essere in una segreta, avvolti dalla luce delle candele.
Siviglia ci ha delusi anche per la truffa perpetrata ai nostri danni dalle zingare. Accerchiati, ci hanno regalato un ramoscello di non so cosa costringendoci ad accettarlo, afferrando la mano e leggendola, ho capito ben poco di quello che hanno detto, eccetto che ci hanno augurato ogni bene, carina la cosa, pensavo, ma quando ci hanno chiesto soldi, ci hanno derubato di venti euro promettendoci di darci il resto di dieci.
Questo ha condizionato molto il nostro modo di guardare la città.
Due giorni di sosta, in cui ci siamo riposati, il tempo era pessimo con nuvoloni enormi.

lunedì 2 agosto 2010

Un viaggio lungo un sogno – Seconda Parte, SeyShelles


Solo due ore di volo, separano Mauritius dalle Seyshelles, uno degli arcipelaghi più belli dell’Oceano Indiano. Il nostro volo, in ritardo allucinante, è atterrato all’aeroporto di Mahè alle 00.30 del 16 giugno 2009. Stanchi, nervosi, dopo aver raccolto le nostre valige, ci avviamo all’uscita dell’aeroporto.
Troviamo subito l’addetta, che ci omaggia di salviettine rinfrescanti, bottiglietta d’acqua e ci fa strada verso la macchina che ci avrebbe portato in albergo.
Durante il tragitto, ho modo di osservare un po’ il paesaggio, la strada bagnata, mi dice che ha piovuto poco prima, la luna piena in cielo, si riflette in un cielo pieno di stelle, è così grande, che anche senza illuminazione ci sarebbe una perfetta visibilità.
Si nota subito una cosa, arrivando da Mauritius a Seyshelles, la ricchezza e il benessere di chi vive in queste isole. Tutto sembra più elegante, più dolce, anche i contorni delle coste sono più curvilinei e all’apparenza morbidi, in sé il paesaggio è meno aggressivo delle Mauritius.
Quando arrivammo in albergo, alle due e trenta del mattino, nemmeno mi accorsi di avere davanti l’Oceano. Ero stravolta, guardai l’immensa camera e desideravo solo mettermi a letto e dormire. Mio marito mi chiamo tre volte, interrompendo le mie elucubrazioni sull’idea di dormire, quando mi voltai verso di lui indicava la porta finestra che dava sul terrazzo, davanti l’Oceano Indiano, scuro ma silenzioso. Appena uscii sul terrazzo mi accolse il denso odore di salsedine, la luna piena, enorme e argentata inondava di luce.
La mattina dopo, mi svegliai, cercando di capire se avevo sognato oppure no. Non era stato un sogno, era tutto reale, mi feci una doccia, e mi andai a sdraiare sulla grande sedia a sdraio sul terrazzo, l’umidità è padrona di tutta l’aria, ma lascia un piacevole profumo di mare, fiori e frutti.
In quell’albergo a Mahè ci saremmo fermati solo tre giorni, il nostro tour prevedeva, Mahè, La Digue e Praslin. Le tre isole più grandi, le tre più belle.
Essendo un po’ stanchi e sfasati in quei giorni ci dedicammo a guardare i dintorni dell’albergo. Salta subito all’occhio la differenza tra Mauritius e Seyshelles, le coste non erano aspre, nere e frastagliate come quelle mauriziane, ma dolci e morbidi, le rocce erano granito, e sembravano appoggiate dolcemente lungo la spiaggia, il contrasto è anche nei colori, mentre le Mauritius sono selvagge e forti nei colori, le Seyshelles, sono lussureggianti ed eleganti, non sono il rosso e il nero i colori predominanti, ma il verde e il blu, con varie intensità di colore.
Eravamo attratti da enormi pipistrelli, che avevano il muso da pipistrello e il corpo di una volpe, animali fruttiferi, arrivavano al tramonto, e si avvinghiavano all’albero di manghi a testa in giù, tenendo tra le zampine il frutto finchè, con enorme loro disappunto, non crollava a terra.
Altri animali da cui eravamo attratti erano le tartarughe giganti, accanto all’albergo, una signora ne aveva cinque. La tradizione Seyshelloise, prevede di regalarne una alla figlia femmina, che la porta in dote il giorno delle nozze e la offre come cibo prelibato, questi animali bellissimi, hanno una vita molto lunga, e un peso di qualche tonnellata. Difficilmente, ci dicevano, le signore che abbiamo conosciuto, queste tartarughe venivano sacrificate, erano cresciute praticamente come animali domestici, le proprietarie vi si erano affezionate.
Dopo questi giorni, trascorsi in ozio a Mahè, ci dirigemmo verso La Digue, una delle isole più piccole, ma più belle in assoluto.
Per arrivarvi da Mahè, prendemmo un volo interno, fatto con quegli aerei piccoli, al massimo quindici posti, fino a Praslin, e da lì avremmo proseguito con un catamarano fino a La Digue.
Quel breve volo interno, fu la cosa più entusiasmante, divertente e assurda ci potesse capitare, dall’alto di questo piccolo aeromobile, si vedeva la costa morbida e sabbiosa, l’oceano che passava dall’azzurro quasi trasparente, ad un blu intenso.



I vari collegamenti tra le isole, avvengono o a bordo di questi piccoli aerei o a bordo di catamarani.
Facemmo scalo all’aeroporto di Praslin, e in auto arrivammo al porto.
Notai che l’acqua del porto, nonostante le barche e quindi tutto il carburante che viene scaricato, mantengono la tinta azzurra che contraddistingue quel mare.


La Digue, un’isola piccolissima, la si gira comodamente in bicicletta, è fatta di scorci panoramici, e anse romantiche e bellissime, è l’isola più isolata, più bella, e anche più accogliente.
Esiste solo una struttura alberghiera, ma la bellezza di quei posti è paragonabile con il fantastico giardino dell’eden.
La gente è sorridente e dolce, calma e tranquilla come i mauriziani, ma il miscuglio di razze usi e costumi salta subito all’occhio. Le famiglie sono numerose, le donne seyshellesi amano avere figli, magari non tutti dallo stesso uomo, ma sono convinte che gli uomini una volta sposati, ozino nel bere, per cui, preferiscono avere tanti figli ma restare single.
I bambini non mi sembravano denutriti, e anzi, educati all’inglese, d’altronde fino al 1976 le Seyshelles sono state colonie inglesi.
Accanto all’albergo di La Digue, c’è una chiesa, entrai più per curiosità che per credo religioso, era affascinante quella funzione, melodica e allegra, la chiesa era ariosa e profumava di fiori freschi, di cocco, di vaniglia. I convenuti erano multietnici, c’erano bianchi e neri,tutti insieme. Affascinante una donna, bianca con tre bambine, due bionde con grandi occhioni azzurri, la terza era una bellissima mulatta, si vedeva che le prime due erano gemelle, ma la terza, più piccola, somigliava a loro, ma aveva un colore diverso, neanche mulatto, ma ambrato.
Qui do qualche consiglio, assolutamente da vedere l’Anse sur d’argent, indubbiamente la più bella dell’isola, da fare attenzione alla Grand Anse, le correnti marine, sono molto forti, molti sono stati i dispersi, il parco naturale di La Digue, che ospita anche delle bellissime tartarughe giganti.
Il nostro soggiorno a La Digue durò tre giorni, ma è l’isola che più mi ha colpita.

L’ultima settimana di viaggio la passammo a Praslin, dove arrivati a mezzogiorno, ormai non si poterono fare grandi escursioni, per cui ci limitammo a raccogliere le informazioni e a prenotare una gita a piedi sulla collina sovrastante l’albergo.
Faticoso, in salita, ma ne è valsa la pena, la nostra guida, un ragazzo seyshellese di venticinque anni, ci raccontò che la maggior parte della gente si rifugiò su quella collina durante lo tsunami, ma quel lato dell’isola non subì danni enormi. La vista, però, dalla vetta della collina era bella da togliere il fiato, vedere il fondale, vedere le diverse gradazioni di colore del mare, è un’emozione unica. Il contrasto tra blu e verde a Praslin lo si vede molto di più che in altre zone delle Seyshelles.
Senza dubbio la spiaggia più bella è la Anse Lazio, chilometri di spiaggia bianca corallina, con il mare che passa dal trasparente al blu, gli scogli che sembrano dei biscotti, e le palme che creano un’ombra naturale.
Quando ho visto quella spiaggia ho pensato, se il paradiso esiste, è sicuramente così.
L’ultimo sabato di giugno 2009, il nostro viaggio finì, rientrammo in Italia.

Dall’aereo fu uno spettacolo unico poter vedere il Monte Sinai, ma fu da lasciare senza parole, l’avvicinarsi alla nostra nazione, ogni volta per me è un’emozione, vederla come la si vede sul libro di geografia o su un atlante.

Un viaggio lungo un sogno - Prima tappa di tre settimane di viaggio, Mauritius.


In questi giorni che ci si appresta alle sospirate vacanze, ognuno di noi pensa a come sarà il posto che vedrà, a cosa lo aspetterà, se magari prendendo un aereo si andrà in nuovi territori, scoprendo un nuovo mondo. Io voglio raccontare del mio viaggio, il Viaggio per eccellenza, il Viaggio di nozze. 
Dopo undici ore di aereo, destinazione Mauritius, arriviamo in questa terra magica, con colori forti, selvaggi, che spaziano dal rosso del sole che illumina la montagna al nero dell’asfalto bagnato di una breve pioggia, all’azzurro dell’Oceano Indiano.
Totalmente meravigliata di trovarmi all’altro capo del mondo, da non sapere dove volgere lo sguardo.
L’aeroporto internazionale, è già di per sé uno spettacolo senza fine, la cultura multietnica è aggraziata e armonica, si passa dai colori delle vesti indiane ad abbigliamento occidentale, è così ben mischiato l’insieme, che gli occhi si adeguano subito ai colori.
Durante il viaggio verso l’albergo, ho potuto intravedere la capitale, Port Luis, ho avuto una visione di questa città così assurda che è impossibile descrivere, accanto ad una chiesa, sorge un centro religioso indiano, sono così armonici, uno vicino all’altro che è quasi come guardare l’estensione delle culture, delle religioni, che pacificamente convivono.
Si passa da una zona ricca ad una povera nello spazio di un incrocio. La terra rossa, riarsa e battuta da un sole cocente, è di un colore vivo, acceso, selvaggiamente accattivante, verso est, la montagna, anch’essa rossa, sovrasta la città, ai suoi piedi, si intravede una scia di verde, ma ciò che cattura lo sguardo è il sorriso della gente.
Accattivante, dolce e rilassato, la loro vita non è frenetica come la nostra, è scandita con il ritmo delle maree dell’oceano. Andando verso nord – ovest, si cominciano a vedere i danni lasciati dallo Tsunami del 2004.
Case costruite alla con ogni genere di materiale, alcune di esse, solo con struttura e un tetto di lamiera, spiagge nere, costituite di roccia vulcanica, baracche e catapecchie che ospitano famiglie che nonostante tutto hanno la capacità di sorridere.
Agli angoli delle strade, parcheggiate, vecchie automobili, motociclette che in Italia guidavano i nostri nonni, bancarelle che vendono dall’abbigliamento, alla carne macellata lì davanti ai tuoi occhi, un po’ disgustoso lo scenario, ma comunque naturale nel paesaggio.
Il nostro autista, insiste per farci ascoltare musica creola, le sonorità sono come il paesaggio, varie e armoniche. Brani in lingua francese, suonati con strumenti diversi di diversa cultura, dal Banjo indiano, alla chitarra classica, screziate di ballate arabe e cinesi, con un insieme occidentale, è rilassante, tanto da lasciarti chiudere gli occhi e addormentarti su quella musica.
Davanti al nostro albergo, c’era un minimarket che vendeva di tutto, dall’abbigliamento a prezzi che definire bassi è  un eufemismo, a generi alimentari.
Sono rimasta affascinata dall’accoglienza in questa struttura, gentili, cordiali, calmi e pacati. Mio marito ed io abbiamo coniato il termine, metodo creolo, ovvero la calma aggraziata in ogni movimento, il sorriso sempre pronto e la capacità di esaudire ogni richiesta ancor prima che si formulasse la domanda.
 Mauritius,ha delle temperature mediamente calde, giugno è il periodo delle piogge, di certo non prolungate come da noi, ma può capitare, che in un attimo il cielo si copra e cominci a piovere, brevi ma intensi acquazzoni, che non davano nemmeno il tempo di ripararsi.
La giornata cominciava alle sei del mattino, con il lento sorgere del sole, un’emozione vederlo ogni volta da lasciare senza fiato, e terminava alle cinque di sera, con tramonti spettacolari, che definire paradisiaci è una descrizione che non si addice per niente.
Il paesaggio grezzo, con le spiagge circondate da rocce e pietre vulcaniche era un continuo contrasto con i prati verdi e curati dell’albergo.
La barriera corallina, uno scenario che nemmeno nei documentari più dettagliati, si sarebbe potuta vedere così, con pesci di tale bellezza, che sembra misera e inutile la mia descrizione.
L’unica gita a cui abbiamo aderito, è stata la baia dei delfini.
Poterli vedere davanti al nostro catamarano, uno schieramento di undici esemplari, emergere e immergersi è stato emozionante oltre ogni dire, i loro salti spettacolari, che avevo visto solo all’acquario di Genova, erano naturali, coordinati da una musica, che noi esseri umani non potevamo sentire, la grazia dei loro corpi, enormi, avrebbe fatto invidia ad una qualsiasi ballerina di danza classica.L’ultimo spettacolo è stato poter vedere una balena, emergere dal mare spruzzando acqua e immergersi, facendo ventaglio con la sua coda.
L’ultima sera di permanenza nell’albergo, un quartetto di cantanti solo voce, mauriziani, ci hanno omaggiato cantando volare, sentire ricantare questa canzone da loro, mi ha ricordato che ovunque andiamo, noi italiani, siamo il popolo più amato.
Qui termina la prima settimana di viaggio a Mauritius, le due settimane successive, abbiamo varcato le Sey Shelles.